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Nella testa di un calciatore

Per diventare un asso, un campione, una leggenda del calcio non basta saper dare calci a un pallone. Bisogna avere buone gambe, ma conta anche la testa. Zidane, Pelé, Beckham… Cos’hanno in più questi giocatori eccezionali rispetto agli altri? Sophie Huguet, psicologa dello sport, svela le qualità mentali indispensabili per diventare un calciatore dei massimi livelli.

La psicologia del calciatore
© Getty Images

Per diventare calciatore professionista emerito, avere una mente di ferro è importante almeno quanto lo è avere una buona condizione fisica. Avere una mente senza punti deboli è molto importante per poter sopportare la pressione, superarsi, raggiungere i propri obiettivi. Tuttavia, così come le capacità fisiche richiedono un allenamento costante, “bisogna lavorare anche per avere una mentalità da vincenti”, afferma Sophie Huguet, psicologa dello sport.

Un lavoro che inizia sin da piccolissimi, nei centri di formazione in cui ci si prende cura dei campioni in erba. “Quando arrivano al centro, alcuni giocatori hanno già alcune predisposizioni psicologiche, ma la formazione è lunga. Può durare fino a 10 anni.Per diventare calciatore professionista, bisogna essere capaci di resistere sulla distanza e di fare sacrifici in un’età difficile come l’adolescenza”. Durante tutto il loro percorso, infatti, i giovani dovranno accettare molti impegni: “l’allontanamento dai genitori e dagli amici, vivere senza avere contatti con l’esterno, rispettare un’igiene di vita rigorosa…”. Obblighi e sacrifici sin dalla più tenera età che fanno sì che, quando un giocatore diventa professionista, avrà già realizzato un importante lavoro psicologico, “avrà già sviluppato le qualità necessarie” a fare di lui un campione.

Le qualità psicologiche richieste

A parità di capacità fisiche, è la mente a fare la differenza”, spiega Sophie Huguet. Bisogna essere motivati, appassionati di ciò che si fa, determinati. “Capita di costatare che non sono quelli con le migliori attitudini fisiche ad arrivare lontano”.

Il calciatore di alto livello, oltre alle capacità fisiche, deve saper obbedire alle regole di vita in comunità. “Il calcio è uno sport di squadra. Si deve essere bravi singolarmente, ma anche saper imparare a stare in un gruppo. Il calciatore professionista sa che non sarà mai un grande giocatore come singolo e che è il gruppo a sublimare il suo talento”. L’ego deve dunque essere smorzato ed è necessario ascoltare con giudizio. “Bisogna inoltre dar prova di umiltà e accettare che talvolta si resti in panchina. Occorre considerare ciò una motivazione, spingendoci a superarci nelle partite successive”, precisa la psicologa. Ciò significa anche saper accettare ed essere sottomessi alle decisioni dell’allenatore.

Gestire la pressione

Del resto, per essere bravi in campo, il calciatore deve saper gestire la pressione e lasciare negli spogliatoi tutto ciò che ingombra la sua mente. “Il calciatore professionista deve essere in grado di gestire le sue emozioni in campo e restare concentrato sul suo obiettivo. Deve dimenticarsi del pubblico, dell’allenatore, della squadra avversaria...”. E rimanere positivo e concentrato, qualunque cosa accada.

Passione per il sacrificio

Il gusto per lo sforzo è un’altra componente molto importante. “Bisogna essere in grado di andare oltre i propri limiti fisicamente per resistere tutta una partita (che dura 90 minuti, 120 con i supplementari, ndr).”

Adottare una reale disciplina di vita

Inoltre occorre essere in grado di seguire per lungo tempo un’igiene di vita molto severa. Accettare la disciplina è un parametro importante per arrivare al successo. “ È per questo che la si insegna sin dall’adolescenza e durante tutto il percorso di formazione. Infatti, per rimanere al top della forma ed essere in condizioni ottimali nei giorni delle partite, gli eccessi sono mal tollerati”, precisa Sophie Huguet. Un’igiene di vita molto severa che ricorda un ambiente che di certo lo è anche di più.

Saper essere distaccati

L’ambiente del calcio professionistico è molto particolare" spiega l’esperta "Occorre capire che i giocatori sono totalmente occupati, sempre: hanno orari da seguire, si dice loro cosa mangiare, hanno pasti preparati, l’orario per andare a dormire, un programma stabilito… Può essere difficile affermarsi in un ambito in cui si può dire poco”. Una presa in carico globale che inizia sin dall’adolescenza, quando si è ancora quasi bambini, fa sì che per alcuni giocatori le ore di libertà diventino sinonimo di ogni tentazione. “Con un simile trattamento, alcuni giocatori fanno poi fatica a gestire le sollecitazioni esterne.Da qui l’importanza per loro di vivere in un ambiente sano e saper prendere del distacco.Perché quando escono dal loro bozzolo, potrebbero sentirsi persi.

L’importanza della psicologia dello sport

La mente e la psicologia giocano quindi un ruolo molto importante nella costruzione di un calciatore di alto livello. Di certo è per questo motivo che si cerca di inserire sempre più una dimensione psicologica nella presa in carico degli sportivi. Ma da noi si fa fatica a integrare questa dimensione psicologica. “Rispetto agli anglosassoni, l’Italia ha un ritardo di 10-15 anni in materia. Loro hanno perfettamente inserito gli psicologi dello sport nel loro staff mentre in Italia questa pratica non è ancora ben vista”, ammette la psicologa. Colpa della credenza dura a morire che far ricorso a uno psicologo sportivo sia segno di debolezza. “E il calcio resta un ambiente maschile, che fatica a lavorare sulle sue debolezze”, sostiene Sophie Huguet.

Nel nostro paese lo psicologo sportivo, per via di queste considerazioni, non trova ancora un ruolo ben definito ma ciò accade anche “perché deve farsi spazio nel gruppo. In questo ambiente si è diffidenti con le persone esterne. Il professionista deve dunque essere in armonia con l’allenatore. E ci vorrà ancora del tempo”, conclude Sophie Huguet.

di Jessica Xavier

 

Sophie Huguet, psicologa dello sport presso l’Académie Royale Mohammed VI de Football (Marocco).

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25/07/2014
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