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La Pet-Therapy: quando gli animali curano
 
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La pet-therapy: una terapia «bestiale»

La pet therapy può davvero aiutare le persone con disabilità? Gli studi in materia sono pochi e in Italia manca una legislazione specifica. Ma per tutelare la salute dei pazienti e il benessere degli animali si sta lavorando per elaborare delle linee guida

Una terapia «bestiale»
© Getty Images

"Usare» gli animali da compagnia a fini terapeutici. È questa l’ambizione della «pet therapy », una metodologia che negli ultimi anni ha conosciuto un certo successo. Prima di capire se le attività con cani, cavalli, asini e altri animali possono effettivamente essere definite terapeutiche, è forse il caso di sottolineare che non si tratta di una novità toutcourt. L’uso degli animali a fini terapeutici ha infatti origini antiche. L’effetto positivo del prendersi cura di un animale era conosciuto già alla fine del diciottesimo secolo, quando William Tuke in Inghilterra incoraggiava i suoi pazienti (malati mentali) a prendersi cura degli animali perché li inducevano all’autocontrollo. Lo sviluppo di una metodologia appropriata e impieghi terapeutici mirati a una specifica patologia invece è più recente e prevede un nuovo approccio nel rapporto uomo-animale. Si parla di «pet therapy» ovvero di Uso terapeutico di animali da compagnia (Utac) per indicare le terapie utilizzate, accanto a quelle tradizionali, per il trattamento di specifiche patologie. Oltre a sostituire affetti mancanti, l’animale può favorire i contatti interpersonali attraverso meccanismi di facilitazione sociale. Il rapporto che si instaura con un animale, quindi, può aiutare i pazienti a superare stress e conflittualità o essere di aiuto per i pazienti che soffrono di problemi di comportamento sociale e di comunicazione, ma anche di ritardo mentale, disagio psichico e disabilità. L’interesse scientifico attorno alla pet therapy nasce negli anni Sessanta del Novecento: il neuropsichiatra Boris Levinson capisce che, nei bambini con difficoltà relazionali e affettive, il cane ha una funzione di facilitatore delle relazioni sociali. Dopo il primo studio le esperienze si moltiplicano e si arriverà negli anni Settanta a coniare il nome di «Pet facilitated therapy» ossia terapia facilitata dall’uso degli animali da compagnia. Furono Samuel ed Elisabeth Corson, psichiatri americani che si occupavano di pazienti psichiatrici adulti a dare il nome a questo tipo di intervento. In Italia la Pet therapy arriva solo verso la fine degli anni Ottanta, ma da allora le attività che utilizzano animali a scopo terapeutico, e che sono genericamente indicate con il termine pet therapy, si sono moltiplicate. «Si tratta di iniziative molto eterogenee tra di loro – spiega Francesca Cirulli del dipartimento di Biologia cellulare e neuroscienze dell’Istituto superiore di sanità – Chi fa pet therapy ha le formazioni più disparate e spesso non c’è nessuna attinenza con la terapia». La ragione? Secondo Cirulli va cercata semplicemente nella possibilità di un «mercato » per questo di tipo di attività: «è un settore in evoluzione e spesso ci si improvvisa, ma – precisa – è un comportamento che scoraggiamo». Il problema è che non esiste ancora una legislazione in materia. «Stiamo lavorando alle linee guida nazionali e a una proposta di legge insieme al Centro nazionale sull’attività di cura con gli animali – continua Cirulli – Le linee guida sono importanti perché sono operative e permettono di uniformare uno stile». L’aspetto su cui l’Istituto superiore di sanità punta è la tutela dei pazienti e della loro salute, come spiega Cirulli: «Non possiamo metterli in mano a persone che non conoscono la patologia del paziente». 

Non tutte le pet therapy sono uguali

L’etichetta pet therapy viene genericamente utilizzata per indicare tutte le attività che prevedono il coinvolgimento di animali d’affezione. Una distinzione però è fondamentale. In particolare, si deve distinguere tra Attività assistite con gli animali (Aaa), Educazione assistita con animali (Eaa) e Terapie assistite con animali (Taa). Mentre le prime (Aaa) sono attività di tipo ludico o ricreativo il cui scopo è il miglioramento della qualità della vita di alcune persone (come ad esempio i bambini ospedalizzati o gli oncologici), le Taa sono interventi co-terapeutici in senso stretto che si basano su un progetto e i cui risultati sono monitorati e valutati sulla base di procedure già individuate nella fase iniziale della progettazione. Nel 2008 l’Istituto superiore di sanità ha svolto un censimento delle attività e delle terapie assistite con gli animali svolte in alcune regioni, a partire dall’Emilia-Romagna. Dall’indagine è emerso che le terapie rappresentano il 59% delle iniziative monitorate, le attività assistite sono il 23% mentre il restante 16% è rappresentato dalla zoo antropologia didattica, ovvero l’insieme delle attività educative svolte con l’ausilio di animali all’interno delle scuole. «La distinzione è importante – precisa Cirulli – perché, mentre le attività sono ricreative e ludiche, le terapie si rivolgono a patologie specifiche e richiedono la presenza di professionisti e un’equipe multidisciplinare ». Fondamentale, quindi, predisporre un progetto, insieme a medici e terapisti, che sia modellato sul paziente. 

A cosa serve la pet therapy?

Il rapporto uomo-animale, non filtrato dal linguaggio e dal pensiero razionale, va diritto alle emozioni, ai sentimenti e agli affetti. Sicurezza, rilassamento e maturazione sono alcuni degli effetti dell’interazione con un animale da compagnia. Gli obiettivi della pet therapy coinvolgono l’area cognitivo-comportamentale (benessere, rilassamento, controllo dell’aggressività, miglioramento della capacità di attenzione), l’area emotiva (controllo dell’emotività, instaurazione di un rapporto empatico con un altro essere vivente, acquisizione di sicurezza e fiducia), l’area socio-comunicativa (accrescimento della capacità di entrare in relazione con gli altri, capacità di partecipare a gioco e di assumere ruoli sociali) e l’area motoria (miglioramento delle competenze motorie e percettive). La pet therapy, quindi, può rivolgersi a persone con una disabilità fisica o psichica, bambini iperattivi o autistici, persone che hanno disagi di tipo psichico, malattie degenerative o altre patologie. Qualche esempio? I bambini ricoverati in ospedale soffrono spesso di depressione, disturbi del comportamento, Il rapporto uomo-animale, non filtrato dal linguaggio e dal pensiero razionale, va diritto alle emozioni, ai sentimenti e agli affetti. Sicurezza, rilassamento e maturazione sono alcuni degli effetti dell’interazione con un animale da compagnia. Gli obiettivi della pet therapy coinvolgono l’area cognitivo-comportamentale (benessere, rilassamento, controllo dell’aggressività, miglioramento della capacità di attenzione), l’area emotiva (controllo dell’emotività, instaurazione di un rapporto empatico con un altro essere vivente, acquisizione di sicurezza e fiducia), l’area socio-comunicativa (accrescimento della capacità di entrare in relazione con gli altri, capacità di partecipare a gioco e di assumere ruoli sociali) e l’area motoria (miglioramento delle competenze motorie e percettive). La pet therapy, quindi, può rivolgersi a persone con una disabilità fisicao psichica, bambini iperattivio autistici, persone che hanno disagi di tipo psichico, malattie degenerative o altre patologie. Qualche esempio? I bambini ricoverati in ospedale soffrono spesso di depressione, disturbi del comportamento, del sonno o dell’appetito causati da paura, ansia, noia e dolore, dal fatto di essere costretti al ricovero, lontani da casa, dai genitori e dagli amici. Alcune esperienze condotte con bambini ricoverati in reparti pediatrici in cui si è svolto un programma di Pet therapy hanno dimostrato che l’interazione con l’animale allevia il disagio dovuto alla degenza. Le attività ludico-ricreative con i pony o i cani rappresentano un diversivo per i bambini oncologici, costretti in una situazione in cui perdono il controllo della propria vita, e possono affiancare le cure palliative per il dolore. Una sperimentazione di questo tipo è in corso all’Ospedale Meyer di Firenze. «Si tratta di attività sicure – chiarisce Cirulli – Se i cani o i pony sono sani, per i bambini non c’è alcun pericolo: anzi è dimostrato che possedere un cucciolo da piccoli favorisce la prevenzione delle allergie». Anche le persone che soffrono di ipertensione o i cardiopatici possono beneficiare della presenza di un animale: sembra infatti che accarezzare un animale contribuisca a regolare la frequenza cardiaca. Nelle persone anziane il doversi prendere cura di un animale, ad esempio un cane, è importante perché le «obbliga» a uscire di casa e consente loro di fare movimento e di mantenere uno stile di vita sano. «Nel caso di patologie motorie – spiega Cirulli – il cavallo può essere un ausilio perché ci sono evidenze che la stimolazione che il cavallo propone al cavaliere ha effetti importanti sulla componente motoria: ciò è vero per i bambini con paralisi cerebrale, tetraplegici o con spasticità». All’Ospedale Niguarda di Milano da diversi anni si lavora su questo tipo di patologie utilizzando pony e asini come ausili per le terapie. Il censimento dell’Istituto superiore di sanità ha rilevato come la maggior parte dei pazienti coinvolti nelle terapie (Taa) e nelle attività (Aaa) siano persone con disabilità psichica: il 67,6% nel primo caso e il 37% nel secondo. L’età è inferiore ai 18 anni nel 51,4% dei casi che fanno terapia (Taa) e tra i 60 e gli 80 nel 55,6% dei casi che usufruiscono di attività con animali (Aaa). Per quanto riguarda gli effetti, c’è un grande interesse da parte della comunità scientifica verso un settore in continua evoluzione. «Ciò che finora è stato dilettantesco – afferma Cirulli – sta diventando una disciplina vera e propria ». Il problema è che, almeno per quanto riguarda le terapie (Taa), si tratta solo di sperimentazioni. «Si cominciano a vedere le evidenze scientifiche – chiarisce Cirulli – quelle che rendono una disciplina valida dal punto di vista medico, ma bisogna fare ancora molta strada ed è per questo che la ricerca di base va sostenuta». 

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26/11/2012

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